Lucrezia Borgia, Donizetti

Sulla genesi dell’opera, rappresentata il 26 dicembre 1833 al Teatro alla Scala, la letteratura non è pacifica, almeno in base a quello che ho trovato io: Celletti, in un suo saggio dedicato all’opera in questione (v. La grana della voce), premettendo anch’egli che le fonti sono discordanti, avanza l’ipotesi che a Donizetti fu traferito l’incarico di comporre l’opera a scapito di Mercadante dal teatro stesso, a suo avviso più probabile di quella che sostiene che fu Mercadante a chiedere di poter passare l’incarico a Donizetti. Quella che invece Celleti non presenta, invece, è l’ipotesi descritta nell’introduzione dell’opera nel volume Garzanti “Tutti i libretti di Donizetti“: a Mercadante, secondo questa versione, era stato affidato di inaugurare la stagione di carnevale con un’altra opera, Saffo, che la prima donna Henriette Méric-Lalande si rifiutò di cantare per il carattere scabroso del ruolo. A questo punto, la Scala avrebbe contattato Donizetti, a Milano per il Furioso, e gli avrebbe affidato l’incarico. Donizetti avrebbe imposto il soggetto di Lucrezia Borgia, tratto dalla tragedia di Victor Hugo applaudita lo stesso anno a Parigi, a Felice Romani. Questi operò dei cambiamenti nel soggetto: alcuni di poco conto, altri abbastanza significativi. Se poco importa il fatto che secondo Romani Gennaro era cresciuto a Napoli invece che in Calabria, o che la principessa Negroni, contrariamente alla tragedia, non fosse presente alla festa della scena finale, è più significativo il fatto che Romani scelga Maffio Orsini, piuttosto che Vittellozzo, come protagonista della lite con Gubetta, confidente e alleato di Lucrezia nella sanguinaria vendetta, per potere quindi ampliare la parte del contralto. La fonte letteraria restituisce di Lucrezia un’immagine di donna in contrasto tra la propria moralità corrotta e un sentimento materno ancora incontaminato: nell’opera è evidente il tentativo di conformarsi alla natura del personaggio ritratto di Hugo, ma il lirismo patetico della partitura del ruolo e alcune scelte narrative del librettista ne attenuano l’austerità e la deformità morale. Altra differenza significativa tra il libretto e la fonte letteraria è l’epilogo stesso: la tragedia di Hugo vede Lucrezia ferita a morte da Gennaro, consapevole ora di esser figlio di Juan Borgia ma non anche di sua sorella, vista quindi come la zia responsabile delle sorti infauste del giovane; il libretto invece evita il matricidio, che la censura avrebbe certamente impedito di inscenare, e condanna Lucrezia alla disperazione di sapersi causa della morte del figlio, da lei stessa fatalmente avvelenato.
Il libretto vide frequenti modifiche: arie aggiunte, arie sostituite, finale alternativo (che nelle rappresentazioni moderne convive con quello originale). All’aria “Com’è bello, quale incanto”, intonata da Lucrezia nel Prologo, seguì una cabaletta, presto abbandonata: “Si voli il primo a cogliere”. Il ruolo di Gennaro, originariamente sprovvisto di arie nella prima versione dell’opera, si riempì presto di pagine musicali intonate dal tenore: all’inizio del secondo atto, nel 1838 Donizetti inserì un’aria per  Nikolaj Ivanov, tenore contraltino, dalla tessitura quantomeno impervia (“T’amo qual s’ama un angelo”). Due anni dopo, per il tenore Mario (Giovanni Matteo De Candia) in occasione delle recite al Théâtre des Italiens di Parigi nel 1840, in alternativa a quella di Ivanov, Donizetti compose una scena e romanza, raramente eseguita: “Anch’io provai le tenere smanie”. Infine, accanto all’aria e cabaletta finale “Era desso il figlio mio”, imposta dalla Méric-Lalande, oggi viene eseguita anche quella composta in sostituzione di essa, che Donizetti scrisse nel 1840 per la ripresa scaligera per Napoleone Morani, il “tenore della bella morte”.
Lucrezia Borgia godé subito di notevole fama, essendo (per dirla con Celletti) “un emporio di melodie vocali”, sebbene il libretto presenti alcuni punti deboli, e dovette essere rappresentata spesso con titoli diversi, dopo che nel 1840 in occasione di un allestimento parigino, Hugo ottenne che l’opera non presentasse il titolo della sua tragedia, e già da prima, per volontà stessa della censura.

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