Demetrio e Polibio, Rossini

SINOSSI

Atto primo . Polibio, re dei Parti, tiene presso di sé e protegge un giovane che si fa chiamare Siveno ed è creduto figlio dell’estinto Minteo, ministro di Demetrio, re di Siria: l’opera si apre con un duetto tra i due in cui a turno si dichiarano affetto paterno/filiale (Mio figlio non sei, pur figlio ti chiamo), coronato dalla stretta in cui intonano versi tanto sentiti come “Laccio sì caro, / nodo sì forte, / la sola morte / scioglier potrà“. Polibio è talmente affezionato a Siveno che gli chiede di recarsi al tempio e di aspettarlo là, dove gli avrebbe dato del suo amor “pegno verace”: la mano della figlia, Lisinga. Siveno (alias Demetrio Jr.) allora intona un canto di gioia, forte dell’amore spontaneo per Lisinga.

Pien di contento in seno
men volo al caro oggetto,
per te felice appieno
questo mio cor sarà.
Che gioia, che momento!
Il cor brillar mi sento,
di più bramar non so.

La seconda scena vede entrare in scena Demetrio, Re di Siria, sotto il falso nome di Eumene, messaggero di corte:giunto al cospetto di Polibio, inizia dapprima ad incensarlo con millanterie, per arrivare a chiedere la restituzione di Siveno, poichè “quel giovinetto troppo caro è al mio re”, ultima memoria del caro padre Minteo. Polibio però, cortesemente, declina l’offerta, troppo forte è l’affetto per il giovinetto. Eumene (alias Demetrio Sr.) gli chiarisce subito però che “il suo re” ottiene sempre quel che vuole, con le buone o con le cattive: minacce che non turbano Polibio. A questo punto nasce una disputa sulla paternità su Siveno: Demetrio gli fa notare che il ragazzo è nato nella sua reggia, Polibio gli risponde, in soldoni, che “i figli non sono di chi li fa ma di chi li alleva” – usando una perifrasi moderna – e lo invita a riferire quanto detto al suo re. Nel duetto “Non cimentar lo sdegno” Polibio e Eumene (Demetrio Sr.) se le promettono, animati da quell'”odio, furor, dispetto” che ormai provano alla sola vista dell’altro.
Aperta dal recitativo di Siveno, presto raggiunto da Polibio, nella quale esterna tutta la sua contentezza per le imminenti nozze, la terza scena prosegue con un coro che saluta l’entrata in scena di Lisinga, che canta la sua gioia di sposare Siveno con la benedizione del padre. Gli sposi, potremmo dire, si scambiano i voti nuziali in un duetto, pagina tra le più belle dell’opera:

Questo cor ti giura amore,
mia speranza, mio tesoro.
Per te sol, che tanto adoro,
sì, fedel ognor sarò.

Appena uniti i giovani in matrimonio, Polibio tradisce la propria preoccupazione per quanto successo con Eumene riguardo alla richiesta del re di Siria di riavere Siveno, il quale si rifiuta di staccarsi da lui, del quale, appena prima, aveva dichiarato di senitrsi “genero, figlio, difensor, sostegno”. La giovane coppia rassicura l’anziano padre, e Lisinga stessa è risoluta ad opporsi fino alla fine alla loro separazione: “Sempre teco contenta“.
La quarta scena è interamente dedicata a Demetrio ed il suo seguito di uomini, il cui coro iniziale descrive il silenzio furtivo necessario al piano di rapire Siveno, che Demetrio declama esternando l’ansia di potersi ricongiungere presto col figlio (“All’alta impresa tutti“).
La scena successiva si apre con l’aria “del sonno”, quella che Lisinga nella stanza degli sposi canta mentre si assopisce.

Mi scende sull’alma
un dolce sopore;
io poso; ma il core
posar più non sa.

Non appena si corica, viene aggredita da Eumene, erroneamente convinto di aver ritrovato Siveno, e grida soccorso: Eumene, già che c’era, decise di portarsela via come ostaggio. Inizia il finale I, e tutti accorrono alle grida di Lisinga nel tentativo, fallace, di impedire ad Eumene di rapirla.

Atto secondo . Inizia il secondo atto e Polibio non si da pace: continua a cercare sua figlia Lisinga, ma invano. All’angoscia del padre, si aggiunge anche quella dello sposo e ci scatta il duetto (“Come sperar riposo“). La scena successiva si apre con le suppliche di Lisinga a Demetrio affinché la liberi: questi le ignora, rassicurandola che non è sua intenzione profanarla, essendo legato da affetto a Siveno e quindi rispettando in lei la figura di sua moglie. Siveno e Polibio sopraggiungono e inizia una delle pagine più belle dell’opera, il quartetto nel quale ognuno fa valere le proprie ragioni (“Donami omai Siveno“): Eumene minaccia d’uccidere l’ostaggio, in risposta Polibio stringe Siveno minacciando di svenarlo; i giovani sposi si dicono pronti al sacrificio compassionevole pur di  placare le accese ire dei due re. In un attimo Eumene scorge al collo del giovane sposo una medaglia che gli fa riconoscere in Siveno il figlio creduto perso e in men che non si dica barattano i rispettivi figli, cantando all’unisono la gioia dei reciproci ricongiungimenti. Ma il il momento gioioso dura poco: Polibio non vuole separarsi dalla figlia e dal figlio acquisito, ma Eumene non vuole sentire ragioni, tantomeno quella di Polibio di vivere tutti insieme: gli animi si riscaldano di nuovo e ai poveri sposi, costretti a divedersi altro non rimane se non cantare la loro angoscia per la loro separazione.
Siveno ricerca da subito l’amata Lisinga e quello che continua a chiamare padre, Polibio: Eumene svela allora la propria identità, narrando al giovane di essere suo padre, come testimonia la medaglia che anche lui porta al collo e che Minteo, su suo ordine, lo trasse in salvezza quando il suo regno fu minacciato da un antico rivale. All’apprendere la verità, Siveno chiede perdono al padre:

Perdon ti chiedo, o padre,
pietà del mio lamento;
per lor morir mi sento
senza poter morir.

Se leghi i nostri cuori
sollevi le mie pene,
felice col mio bene
ognor sarò per te.

La disperazione di Lisinga apre la quarta scena, a cui si unisci la rabbia di rivendicare lo sposo. Il padre le confida di conoscere il luogo dove Siveno è trattenuto da Eumene, e lei si dichiara pronta ad impugnare le armi: il padre all’inizio è titubante, poi invece la manda in avanscoperta seguita dai suoi uomini, con i quali grida vendetta all’empio (“Superbo, ah!, tu vedrai“). Nella scena successiva tocca invece a Demetrio disperarsi: Siveno se ne è andato, tant’era desideroso di tornare alla suo sposa e a Polibio. Affranto, Eumene, chiede conforto al suo supplizio (“Lungi dal figlio amato“) quando irrompe in scena Lisinga agguerrita col suo esercito al seguito. Eumene, acceso di furore, crede d’esser stato tradito dal proprio figlio, che però si intromette tra lui e la sposa armata per difendere suo padre: all’apprendere la notizia, basta un istante a cambiare gli animi e subito si depongono le armi per scambiarsi baci e abbracci di giubilo.
Siamo arrivati alll’ultima scena: Polibio vede sopraggiungere la figlia accompagnata dal messaggero rapitore, ma Demetrio pronto gli rispondere di non essere né rapitore tantomeno messaggero, bensì il celato padre di Siveno, re dei Siri: finalmente chiarito l’equivoco, tutti insieme esultano e gioiscono del loro ricongiungimento.

Il libretto dell’opera lo trovate qui

CENNI STORICI
Prima opera composta da Rossini, ma non la prima rappresentata, Demetrio e Polibio è il frutto di una commissione privata, quella di Domenico Mombelli che nel 1806 affida l’incarico all’allora quattordicenne Gioachino, studente in quegli anni a Bologna. Poco cambia in realtà, ma impegni documentati della famiglia Mombelli contraddicono la data di composizione dell’opera datandola nel 1808: a voler essere maliziosi si direbbe che Rossini, ribadendo anche in anziana età la data del 1806 come quella attendibile, volesse rubare due anni alla sua già precoce età, quasi per fare “il fenomeno” (e, ammesso e non concesso, ne avrebbe comunque avuto ben donde). Se prendiamo per buona la prima data, il 1806, passeranno altri sei anni perché i Mombelli decidano di rappresentare l’opera, quando, cioè, il giovinetto godeva già di solida fama: nel 1812 la metteno in scena al Teatro Valle di Roma e fanno tutto in famiglia. L’opera, su libretto della Sig.ra Mombelli, Vincenzina Viganò, prevede quattro ruoli principali, tre dei quali cantati dalla famiglia Mombelli: il papà in quello del tenore, e le due figlie in quelli dei due giovani amanti, soprano e contralto en travesti. Il quarto personaggio, quello del basso, rimaneva scoperto, e per “rimanere in famiglia” lo affidarono al maggiordomo. Il cast della prima, 18 maggio 1812, era quindi questo:

Demetrio, Re di Siria, sotto nome di Eumene, tenore
Domenico Mombelli

Polibio, Re de’ Parti, basso
Ludovico Olivieri

Lisinga, figlia di Polibio, soprano
Maria Ester Mombelli

Demetrio, figlio di Demetrio Re di Siria, sotto nome di Siveno, contralto
Maria Anna Mombelli

Per quanto riguarda la partitura, fu saccheggiata da Rossini stesso, secondo la pratica degli “autoimprestiti”, per riutilizzare temi musicali o interi numeri in altre opere. Nella fattispecie: il motivo iniziale del duetto “Mio figlio non sei” si ritrova nell’aria “T’abbraccio, ti stringo” nel Ciro in Babilonia; l’aria “Pien di contento il seno” diventa il brindisi nella Gazza ladra; dal duetto “Questo cor ti giura amore” nasce il duetto “Quant’è dolce a un’alma amante” nel Signor Bruschino e un coro nella Pietra di paragone.

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