Basso

Tutta emessa di petto (con falsetto occasionale), la più grave delle voci maschili vanta una storia tanto ricca quanto lineare, dalla monodia gregoriana alla polifonia, dalla musica religiosa alla musica teatrale di tutti i tempi. Il melodramma barocco e classico la prevede sempre, anche se non frequentemente in parti protagonistiche, nel tipo profondo o in quello che si dirà poi cantante, cioè più acuto e leggero, in ossequio talora al tipo del personaggio ma di solito al tipo della voce disponibile. […]

Con l’opera romantica succede che accanto al binomio soprano-tenore si formino le voci del baritono e del mezzosoprano, con aperto danno per il castrato e il contralto e qualche danno anche per il basso. […] Coll’800 pieno il basso non è più virtuoso, e nemmeno è spesso protagonista: ma è un personaggio formidabile nella complessità psicologica rispecchiata da altrettanta ricchezza musicale, esattamente profilandosi come voce ampia e potente ancorché meno grave d’un tempo e come personaggio di sacerdote, di sovrano, di padre anziano, di essere demoniaco, talvolta di amoroso all’antica. […] Il ‘900 seguita logicamente a coltivare il basso, tessera essenziale alla copertura dell’estensione della voce umana, ma ancora una volta senza un omogeneo disegno drammatico che non sia l’affiancamento alla centralità del soprano e del tenore […].

Circa l’estensione, Garcia segna i limiti del Re bem. grave e del Mi acuto, Delle Sedie del Mi grave e del Fa acuto.

(P. Mioli, Manuale del melodramma)

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