Regista

DIRETTORE DI SCENA. E’ il precedente del regista. Personaggio attivo all’incirca dalla metà dell’800 alla metà del ‘900, per comodità può essere anche esteso all’indietro. Come risulta dagli studi di Gerardo Guccini, pur in mezzo a tanta praticissima convenzione, il melodramma ha conosciuto spesso la figura di un coordinatore generale, preposto all’unificazione delle varie componenti talora pericolosamente centrifughe. Un compositore come Emilio de’ Cavalieri, un poeta come Ottavio Rinuccini, lo stesso Monteverdi sorvegliarono, curarono amorevolmente le messinscene delle loro opere cortigiane; divenuta impresariale, l’opera si avvalse poi di figure generiche, incaricate semplicemente di sistemare l’assieme delle scene, dei balli, delle luci, delle entrate e delle uscite. Col ‘700 fu Metastasio, poeta e drammaturgo, a curare l’allestimento di certi suoi spettacoli viennesi, fin dalla miniatura di alcune didascalie; ma il poeta cesareo non poteva mica dirigere le centinaia di rappresentazioni che in ogni parte d’Europa si servivano dei suoi libretti, e a questo eran preposti dei poeti di teatro, dei letterati attivi presso i singoli teatri che producevano testi, adattavano e pasticciavano testi altrui, istruivano i cantanti e abbozzavano i loro movimenti in scena.

[…] Insomma una regola non c’è, ma accanto agli artefici dell’opera, dal poeta al musicista, dal cantante al ballerino, dal corista allo strumentista, dal coreografo allo scenografo si trovan sempre uno o anche più persone adibite alla messinscena generale […]. Fino a che non comincia a tuonare l’autorità di Verdi: lui è il maestro, lui è il concepitore dell’opera, lui è il responsabile di un allestimento, insomma lui è il drammaturgo che deve elaborare minuziosamente il prodotto operistico; oltralpe Wagner fa altrettanto, con un’urgenza ancor più esclusiva. […] E’ già nato, dunque, l’autentico direttore di scena, un uomo di teatro, magari anche di musica e di penna, che oepra stabilmente presso un teatro come curatore di tutti gli allestimenti, non richiesto di chissà quale originalità ma di correttezza, di vorosimiglianza, di organizzazione, in particolare di conoscenza delle convenzioni e delle tradizioni. Sono i nomi di Caramba, Giovacchino Forzano, Guido Salvini; a cui, dal secondo dopoguerra, succede la nuova, imprevedibile, sempre più originale figura del regista.

REGIA. E’ fenomeno recente, di grande portata drammatica ma non congenito con l’opera. Dopo oltre tre secoli di fortune melodrammatiche assistite da figure diverse come gli scenografi, i poeti, i direttori scenici, i musicisti stessi (nonché da un’umile quanto efficiente pratica di palcoscenico tutta orale), soltanto dopo la seconda guerra mondiale il teatro d’opera ha avvertito la necessità di una figura professionale incaricata dell’intera responsabilità interpretativa di uno spettacolo, che non fosse più il vecchio direttore di scena inteso come semplice guida a una serie di spettacoli, addirittura a un’intera stagione lirica. Dopo inizi riservati agli allestimenti di opere nuove (prive dunque di tradizioni esecutive), ecco l’avvento di un regista come Luchino Visconti (già attivo nel teatro recitato e nel cinema), legato a non molti lavori e abbastanza spesso alla Scala in collaborazione con la Callas, sul fondamento estetico di una figurazione sobriamente naturalistica vivificata e unificata da una profondissima intelligenza dei valori testuali, drammatici e letterari […]

Dopo Visconti, Gerardo Guccini individua tre filoni registici: un primo che consiste in un’attenta e fedele lettura del testo, in una ricostruzione storicamente attendibile, con i contributi di Franco Zeffirelli, Pier Lugi Pizzi (artefice di un’eleganza impareggiabile), Jean-Pierre Ponnelle (irresistibile nel comico rossiniano), Mauro Bolognini e vari altri; un secondo che si rende fedele piuttosto al significato, alla drammaticità implicita del testo, e fa giustizia del descrittivismo grazie alle operazioni di Virginio Puecher e di Giorgio Strehler; un terzo che non solo fa strame delle convenzioni e delle didascalie, ma sovrappone all’opera la più completa e ricreativa libertà fantastica, ed è il caso di Patrice Chereau e di Luca Ronconi, che proprio dove il testo risulta meno affollato di riferimenti raggiunge gli esiti maggiori.

(P. Mioli, Manuale del melodramma)

Comments
One Response to “Regista”
  1. elena ciaffoloni ha detto:

    Mah!! non tutti i registi sono in grado di fare regia melodrammatica. Si vedono cose dell’altro mondo! Vedi W. Allen nel Gianni Schicchi. Sarà pure un grande regista, ma cinematografico. Non ha avuto l’umiltà di studiare l’opera, il libretto, il contesto storico, il compositore. Tutte cognizioni necessarie alla regia di un’opera. Bolognini sì che sapeva come fare regia melodrammatica.

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