M.E.L.O.M.A.N.E. – L’acronimo

M come mania

Così viene vista la passione del melomane. Il fatto che la parola stessa la contenga, certo non significa che di mania vera e propria si tratta: nel dizionario si legge alla relativa voce che è un’alterazione mentale che si manifesta attraverso idee ossessive. Converrano tutti che da qua ad un’alterazione mentale ce ne vuole! Tutti i melomani ammetteranno di essere “fissati” con la lirica, che in un certo senso può anche creare dipendenza e di certo assuefazione ma assolutamente non ossessiva: potremmo non essere più abituati ad ascoltare musica leggera, ma non è che se ci trovassimo in birreria chiederemmo di togliere i Coldplay per mettere su il Giardino Armonico.
La melomania altro non è se non una passione viva, costantemente alimentata e tenuta in vita: un’intera libreria iTunes ottimizzata per la catalogazione di tutte le opere, che magari vanta 4 edizioni di Madama Butterfly ma nemmeno una hit di Lady Gaga; il libro sul comodino sulla vita di Verdi piuttosto che il blockbuster venduto in edicola… Mania? Forse più semplicemente gusti diversi.

E come emarginazione

Se è vero che di una minoranza bisogna pur far parte, chi ama l’opera deve essere cosciente di far parte di un gruppo quantomeno “sparuto” di individui. Questo disagio viene in parte riscattato dal carattere “elitario” che si attribuisce alla nostra fazione: in parole povere, non è una minoranza “sfigata” come può essere quella di chi stecca i congiuntivi (che in minoranza ormai non è più), ma è la minoranza intesa come “per pochi eletti”, che può destare a volte rispetto e stima, ma mai compassione. Se il vostro dirimpettaio non farà obiezioni per il trapano alle 11 di sera nel muro in comune con la sua camera di letto, potrebbe non fare altrettanto se in pieno giorno ascoltaste a volume nemmeno troppo alto la scena della pazzia della Lucia. Analogamente, in macchina con amici, facendo zapping per radio, li vedrete cambiare la stazione radio che sta trasmettendo un’opera lirica con la stessa rapidità di quando beccano il rosario in diretta su Radio Maria.
Da qua l’emarginazione: difficilmente il mondo esterno tenterà approcci per farci sentire “integrati”, né tantomeno gradirà nostri esperimenti per farli “avvicinare” a quest’arte che tanto amiamo. L’unica soluzione prospettata è quella di vivere la nostra condizione solitaria con quanti come noi appartengono a questa minoranza, separando questa passione nettamente dalla realtà quotidiana, anche se ciò comporta l’enorme sacrificio di lasciare che nella tua auto si ascolti per radio Gigi d’Alessio quando nel caricatore CD c’è tutta la “Trilogia Tudor”.

L come libertà di canto

Ovvero ciò che al melomane dovrebbe, in realtà, essere negato. Infatti, ognuno di loro ha intimamente velleità canore, che nella quasi totalità dei casi non è supportata dal “dono”: viene naturale cantare sopra la voce che sta suonando nelle casse, cercando di emularla per quanto possibile, riproducendo empiricamente effetti dinamici e quella che supponiamo sia la mimica facciale e la gestualità drammatica dell’artista nel dar vita al personaggio. Quel che è peggio, però, è che questa cattiva abitudine trascende anche le categorie vocali: se un melomane maschio canta Germont e stecca Alfredo, non risparmierà di sicuro Violetta. Il risultato non può che essere imbarazzante, e ce se ne rende conto quando al semaforo il tipo nella macchina accanto ha due occhi sgranati mentre noi siamo alle prese con le Follie di Violetta. Tant’è: il melomane crede – erroneamente, sia beninteso – di pagare tributo all’arte che ama in questo modo.

O come obiettività

Nell’esercizio della melomania a volte succede che chi la pratica assiduamente perda il dono dell’obiettività, ammesso che si possa dichiarare pacificamente di possederlo. Se non ci è concesso di conoscere sempre la verità delle cose, è altrettanto vero che dovremmo comunque essere in grado di sapere valutare liberamente ed onestamente quello che sentiamo e vediamo. Il melomane tende per sua natura a voler far parte di una claque, adesione del tutto spontanea, volontaria e lodevole se questo non comportasse nella maggior parte dei casi una sorta di “accanimento bonario” nella critica: il che non farebbe poi male se non significasse perdonare incondizionatamente ogni stecca e ruolo poco azzecato. Un esempio: nessuno può negare l’arte somma della Sutherland, ma non ci vuole poi tanto ad ammettere che in realtà ha sempre cantato in australiano; così come non è contraddizione dire, come nel mio caso, di amare particolarmente la Fleming ma che la sua Lucrezia è stato un notevole errore di valutazione.

M come metodo

Credo di poter parlare di metodo perché ognuno si avvicina alla lirica con un diverso e personale approccio. Insomma, c’è melomane e melomane:
il cineasta, ovvero quello interessato ad un’opera nella sua totalità, apprezzando il carattere “interdisciplinare” di quest’arte, valutando quindi  la componente recitativa allo stesso modo di quella musicale; quello a cui magari preme più l’apparato scenico di un’opera piuttosto che le variazioni di un da capo, per intenderci;
l’archivista, cioè quello in cui la componente filologica è predominante, che ha ben chiaro l’inquadramento storico di un’opera e del contesto sociale e quant’altro;
il vociomane, i cui gusti attraversano trasversalmente periodi storici e compositori per seguire criteri dettati dai cantanti e dal loro sturmento;
il foyerista, attratto in particolar modo dalla mondanità e dagli aspetti “sociali” di quest’arte.
Va da sé che nessuno di questi aspetti esclude gli altri: in realtà in ogni melomane convivono tutte e quattro, secondo diverse combinazioni. Personalmente io sono vociomane al 50%, archivista al 10%, cineasta al 15% e foyerista al 25%.

A come avidità

Questo è un effetto collaterale di quanto detto al primo punto, la “m” di mania: creando dipendenza, fa insorgere nel melomane una certa avidità musicale: l’orecchio è sempre famelico. Non saranno mai troppe tutte le edizioni de La traviata che si riescono a trovare nel mercato discografico e in quello pirata; non sarà mai un “doppione” l’ennesimo cofanetto sulla Callas; non è strano comprare un biglietto per un’opera vista già nove volte, né tantomento comprare il biglietto di più recite dello stesso allestimento. Il melomane fagocita note su note, senza mai esserne veramente sazio, né  tantomeno volendo veramente esserlo.

N come nomadismo

Quella del nomadismo è una condizione obbligata: in realtà non di nomadismo si dovrebbe parlare, ché una casa a cui tornare ce l’avranno – si spera – tutti i melomani, bensì della natura itinerante di questa passione, ma la “i” nell’acronimo non era contemplata e spero mi si passi la licenza!
Il melomane può trarre sostentamento in due modi: supporti multimediali – CD, DVD e YouTube (sempre sia lodato!) – e il teatro, dove la lirica è autentica, estemporanea ed esponenzialmente più emozionante. I teatri, va da sé, non sono così tanti, ed ognuno di loro propone ogni stagione titoli d’opera diversi dagli altri. Non stupisce avere un Anello del Nibelungo sotto casa ma optare per un Barbiere a 500 km; oppure dover rinnovare il passaporto per poter vedere l’Anna Bolena di un soprano. Chi più, chi meno, ad ogni melomane riguarda almeno un esempio sopra riportato, ma se all’inizio questa costrizione al viaggio scoraggia, col tempo diventa in realtà un valore aggiunto alla pratica della melomania e poco peseranno i 500 km in una serata per una Borgia.

E come emancipazione

Il melomane ha una vocazione, una missione cui sa di doversi sacrificare: condividere la sua passione con gli altri per riscattare le sorti della lirica e redimerla da quelle tinte obsolete che tutti gli attribuiscono. Compito quanto mai arduo, e ancor più ingrato: lo slancio è lodevole, poiché lo facciamo con l’assoluta convinzione che col nostro aiuto altri orecchi scopriranno la bellezza del canto lirico; che facendo loro da narratore non potranno non commuoversi per un rondò finale di un regina donizettiana; che seguiranno con l’ansia del tifoso una cadenza ed esulteranno al sovracuto che la conclude. Tutti noi melomani crediamo veramente di poterci riuscire. E già al primo tentativo ci accorgiamo che il compito, come detto prima, è decisamente arduo: come replicare a chi puntualmente ti chiede disorientato come mai in scena si muore sparando un sovracuto.
Personalmente, ho cercato di emancipare la lirica con un metodo rapido ed efficace: la suoneria del cellulare. Dura poco (quindi non rischi di annoiare nessuno), non è inopportuno (ché il volume di telefono non sarà mai assordante) e gli proponi direttamente il meglio, selezionando con cura quei 30 secondi. Al momento il mio cellulare suona 26 secondi delle variazioni della cabaletta di “Tanti affetti“, e questo esperimento è stato riprova di quanto ingrata sia la missione: alla mia suoneria tutti alzano un sopracciglio guardandomi con circospezione, mentre magari li vedi sorridere compiaciuti a quella de “Le tagliatelle di Nonna Pina“.

Comments
6 Responses to “M.E.L.O.M.A.N.E. – L’acronimo”
  1. Mikeleball ha detto:

    HAHAHAH!! bello! molte cose verissime! figuracce al semaforo SEMPRE! ma continuo a cantarci su, tanto sono bravo.. e se mi guardano al semaforo, li fisso anche io come a chiedere cosa abbiano da guardare.. Non c’è vergogna nell’essere Operamaniaci 😀

  2. Mario Fedrigo ha detto:

    La melomania è uno stato patologico, congenito o acquisito, noto sin dall’antichità, ma non riconosciuto dalla medicina ufficiale. E’ una sindrome subdola che colpisce giovani e anziani di sesso maschile o femminile. La forma congenita è già evidente in età scolare o durante la pubertà. Si manifesta con episodi febbrili atipici in quanto non sempre alterano la temperatura corporea; hanno caratteristiche ondulanti o cicliche e, nelle forme acute, si può osservare anche còrea. Sono descritti, infatti, movimenti involontari, improvvisi e scattanti che si accentuano durante emozioni musicali. L’eziologia si deve ricercare esclusivamente nella musica e questo consente la diagnosi differenziale, che va posta – non si sa mai -, con la brucellosi (febbre maltese), la malaria e la còrea di Syndenham o ballo di san Vito. I melomani, in fase acuta, possono essere pericolosi per sé e per gli altri. Frequente il contagio che avviene senza contatto diretto tra i malati: è sufficiente la frequentazione. In letteratura sono riportati casi di allucinazioni talché i soggetti colpiti si credono strumentisti, cantanti o direttori d’orchestra. Rarissime le guarigioni. Non esiste, attualmente, una terapia. Sono in corso studi di ingegneria genetica o di somministrazione di cellule staminali, ma non si sa ancora dove reperirle.
    La melomania viene anche chiamata “sindrome di M.Fedrigo” dal nome dell’autore, clinico chirurgo veterinario del XXI sec. d.C., che la descrisse nell’umana specie, studiandone la multiforme sintomatologia. Pare ne fosse affetto.

    • Tancredi ha detto:

      Ahahah!!! Tutto vero!!! Qui e altrove mi arrivano commenti del genere: tutti la dipingono ironicamente come “malattia”. Il che mi preoccupa perché allora il primo punto dell’anagramma è in pericolo!!! Di questo passo ci metteranno in quarantena! Dobbiamo invece tranquillizzarli e convincerli che NON siamo affetti da nessuna sindrome!!!
      Grazie del contributo! 🙂

  3. Tancredi ha detto:

    ERRATA CORRIGE: acronimo… non anagramma!! :S scusate!

  4. elena ciaffoloni ha detto:

    la melanomania è una malattia gravissima dalla quale NON VOGLIO GUARIRE!!!
    Ma attenzione a Mario Fedrigo. E’ il melomane più contagioso in assoluto

  5. Govanni Ciraso ha detto:

    Bellissimo, sto leggendo il blog mentre su RAI 5 stanno trasmettendo I Lombardi della Scala 1984.
    La malattia è certamente contagiosa: la sto trasmettendo a mio figlio, valente contrabbassista, che fino a ieri aborriva l’opera ed i cantanti in genere. La moglie è già contagiata, anche se in forma blanda.

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