Tedeschi, “Addio, fiorito asil”

E’ possibile che l’addio, dato con le parole del tenente B. F. Pinkerton all’asilo fiorito del melodramma verista, appaia prematuro. E’ vero che gran parte della abbondante produzione della Giovane Scuola Italiana non arriva più alle scene. Ma Cavalleria, Pagliacci, Andrea Chénier continuano a tenere il cartellone assieme a qualche altro titolo trascurato.Per non parlare di Puccini che non si limita a salvare qualcosa dal naufragio, ma naviga a vele spiegate. In tutto il mondo musicalmente civile. dagli Stati Uniti al Giappone passando per l’Europa, le sventure di Mimì, Tosca, Cio-Cio-San, Minnie e Liù continuano a strappare dolci lacrime ai begli occhi di tante spettatrici. Conclusione: la nave della Giovane Scuola, bombardata per tutto l’arco del Novecento – cominciando dalla Generazione dell’Ottanta per finire con le Avanguardie – si appresta a superare tranquillamente il confine del Duemila.

[tratto dalla Premessa dell’autore al libro]

Tedeschi esamina “Il melodramma italiano da Rossini al verismo” (questo il sottotitolo del libro), dividendo il saggio in due percorsi distinti. La prima parte, che prende il nome dal titolo stesso (preso in prestito dal Pinkerton della Madama Butterfly), è dedicata alla parentesi storica che va sotto il nome di “verismo”, quindi tracciando inquadramenti storici delle opere che al verismo devono la loro nascita, ovvero quelle della “Giovane Scuola Italiana”. Rientrano in questo percorso anche alcune opere di Puccini, personalità artistica difficilemente ricondicubile ad una corrente musicale vera e propria, ma indubbiamente collocabile in quello stesso lasso di tempo in cui opera anche la Giovane scuola. Se nella prima parte del libro la penna sagace dell’autore ci racconta le opere maggiori e minori del repertorio verista, nella seconda si sofferma solo su alcune dei “quattro grandi” del melodramma italiano (Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi). Del pesarese dedica un capitolo all’Italiana in Algeri e uno a Semiramide; di Bellini tratta la Beatrice di Tenda; di Donizetti il Don Pasquale; a Verdi dedica più ampio spazio, esaminando la “Trilogia popolare” e altre opere del periodo maturo (Un ballo in maschera, La forza del destino, Falstaff), oltre a dedicare un capitolo alla Messa da Requiem.

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