I Lombardi alla prima crociata, Verdi

SINOSSI

Atto I – La vendetta

L’azione si apre nella chiesa di Sant’Ambrogio, dove la cittadinanza è riunita per festeggiare il perdono concesso da Arvino al fratello Pagano, le cui ragioni ci vengono spiegate dal coro iniziale: l’antefatto è la gelosia di Pagano nei confronti di Arvino, reo di aver vinto l’amore della contesa Viclinda, che lo mosse a vendetta aggredendo il fratello. Ne seguì una lunga condanna all’esilio, al termine della quale Pagano torna per essere accolto in famiglia. Che si sia ravveduto e che in cuor suo alberghino ora nobili sentimenti ci credono in pochi, praticamente nessuno (“T’assale un tremito“). Giunge l’annuncio del Priore che designa Arvino come condottiero dei crociati lombardi in Terrasanta. Ad avere dubbi sulle buone intenzione di Pagano s’era fatto bene, visto che poi, rimasto solo con Pirro, scudiero di Arvino, gli rivela il suo rancore per la donna che l’ha ripudiato  rivolgendosi idealmente a lei

Sciagurata! hai tu creduto / che obliarti avrei potuto,
tu nel colmo del contento, / io nel colmo del dolor?
Qual dall’acque l’alimento / tragge l’italo vulcano,
io così da te lontano / crebbi agli impeti d’amor.

La vendetta però ricadrà sul fratello, che vuole uccidere con la complicità di Pirro.

O speranza di vendetta, / già sfavilli nel mio volto;
da tant’anni a me diletta / altra voce non ascolto;
compro un dì col sangue avrei / quell’incanto di beltà;
or alfine, or mia tu sei, / altri il sangue spargerà

Con la sesta scena, l’azione si sposta nella galleria del palazzo di Folco, che porta agli appartamenti di Arvino. Moglie e figlia sono turbate da oscuri presagi: Viclinda infatti confida alla figlia non aver visto negli occhi di Pagano alcun parvenza di pentimento, bensì di ira. Per scongiurare il pericolo, fanno voto di pellegrinaggio a Gerusalemme se Dio li proteggerà. Arvino ordina a Viclinda e Giselda di ritirarsi nelle loro stanze assieme al padre Folco. Giselda, inginocchiandosi con la madre, intona la preghiera alla Madonna.

Salve Maria / di grazia il petto
t’empie il Signore / che in te si posa;
tuo divin frutto / sia benedetto,
o fra le donne! / l’avventurosa!
Vergine santa / madre di Dio,
per noi tapini / leva preghiera,
ond’Ei ci guardi / con occhio pio
quando ne aggravi / l’ultima sera!

Pirro, in avanscoperta, avvisa Pagano che Arvino dorme. Pagano sguaina la spada ed entra nelle stanze di Arvino: ne esce poco dopo trascinando Viclinda terrorizzata, mentre Giselda fugge. Viclinda si dimena, urlando per chiamare aiuto: Pagano, un po’ tronfio, le dice che tanto non c’è chi possa ascoltarla, ma sopraggiunge Arvino e a Pagano, perifrasando, i conti non tornano, e si chiede di chi sia allora il sangue che ricopre la spada. Scopre con orrere che ha ucciso il padre, e non il fratello. All’unisono sale un grido d’orrore, “mostro d’averno orribile” per il fatale errore di Pagano, che invoca la maledizione di Dio su di lui. Arvino vuole ucciderlo ma la pia Giselda lo fa desistere, “Deh non crescer delitto a delitto”. Pagano è pronto a subire la giusta punizione di Arvino, tanto che a vederlo abbassare la spada minaccia: “io stesso aprirò la ferita”. Arvino rinuncia alla sangunaria vendetta, essendo la vita peggior strazio della morte.

Atto II – L’uomo della caverna

Nelle stanze del suo palazzo, Acciano, tiranno di Antiochia, dice di aver visto in lontananza l’esercito cristiano, che, invadendo il paese, sta seminando stragi ovunque, e invoca la vendetta di Allah, “Deh scendi, Allah terribile, i perfidi a punir!”. Oronte, figlio di Acciano, chiede alla madre Sofia, che deduciamo essersi convertita segretamente alla fede cristiana, notizie di Giselda, la pellegrina rapita, che Oronte ama di un amore corrisposto. Sofia lo riassicura dell’amore della giovane, ma lo avverte che Giselda potrà essere sua sposa solo quando lui si convertirà alla fede cristiana, cosa che Oronte dice di esser pronto a fare, con somma gioia della madre.

La mia letizia infondere / vorrei nel suo bel core;
vorrei destar coi palpiti / del mio beato amore
tante armonie nell’etere, / quanti pianeti egli ha;
ir seco al cielo ed ergermi / dove mortal non va!

Come poteva un angelo / crear sì puro il Cielo,
e agli occhi suoi non schiudere / di veritade il velo?
Vieni, m’adduci a lei, / rischiari i sensi miei;
vieni, e nel ver s’acquetino / la dubbia mente e il cor!

Entra in scena “l’uomo della caverna”, ovvero Pagano, che ora vive da eremita in una caverna in attesa dell’esercito cristiano, e pronto a battersi per la fede cristiano “quando un suon terribile che Dio lo vuole“. Sopraggiunge Pirro, anch’egli rifugiatosi in Terrasanta e convertitosi per viltà alla religione di Allah; si presenta a Pagano, non riconoscendolo, e gli chiede aiuto per avere il perdono divino, che spera di ottenere, su suggerimento dell’eremita, aprendo le mura di Antiochia, di cui è custode, ai Lombardi (“Pel tuo peccato offri al ciel la rea città”). Nella scena successiva giunge alla caverna Arvino in cerca dell’eremita, le cui preghiere, spera Arvino, lo aiuteranno a ritrovare Giselda. Pagano, infiammato di sacro ardore alla vista delgi eserciti dei crociati, promette che la città sarà riconquistata entro la notte.
La sesta scena si sposta nell’harem di Antiochia, dove le ancelle compiangono Giselda, che fra poco vedrà i suoi cari uccisi dai musulmani. Giselda si produce in un’altra preghiera, sebbene questa rivolta alla madre, ammettendo la colpa di amare un infedele.

Oh madre, dal cielo soccorri al mio pianto;
soccorri al mio core, che pace ha perduto!
Perché mi lasciasti?… d’affetto non santo
m’aggravan le pene!… Deh porgimi aiuto!

Se vano è il pregare che a me tu ritorni
pregare mi valga d’ascendere a te.
Un cumulo veggo d’orribili giorni,
qual tetro fantasma, piombare su me!

I crociati invadono Antiochia: urla e grida seguono il rondò di Giselda appena concluso. Sofia raggiunge Giselda e l’informa che “un indegno tradimento i nemici guidò”: Acciano e Oronta caddero in battaglia per mano di Arvino, che ritrova la figlia, come promesso dall’eremita. Giselda però lo respinge inorridita, maledicendo il trionfo cristiano, costato tutto quel sangue, e il padre prontamente la ripudia: tanta è l’offesa del suo orgoglio cristiano che Arvino brandisce sulla figlia la spada perriscattare la blasfemia con la sua morte, ma l’eremita lo ferma, dicendogli che la giovane ha perso la ragione per il dolore della morte dell’amato Oronte.

No!… giusta causa / non è d’Iddio
la terra spargere / di sangue umano;
è turpe insania / non senso pio
che all’oro destasi / del monsulmano!
Queste del cielo / non fur parole…
No, Dio nol vuole / No, Dio nol vuole!

Qual nera benda
agli occhi squarciami / forza divina!
I vinti sorgono / vendetta orrenda
sta nelle tenebre / d’età vicina!
A niuno sciogliere / fia dato l’alma
nel suol ‘ve l’aure / prime spirò!
L’empio olocausto / di umana salma
il Dio degli uomini / sempre sdegnò

Gioco dei venti
già veggo pendere / le vostre chiome;
veggo di barbari / sorger torrenti,
d’Europa stringere / le genti dome!
Ché mai non furono / di Dio parole
quelle onde gli uomini / sangue versar.
No, Dio nol vuole / No, Dio nol vuole;
Ei sol di pace / scese a parlar!

Ferisca… oh squarci / questo mio seno
la man che Oronte pur or ferì!

Atto III – La conversione

Il terzo atto si apre sulle note del coro dei crociati lombardi, che insiedano finalmente la “promessa città”. Trovandosi sola, Giselda ricorda il suo amore perduto (“Dove sola m’inoltro“), quando improvvisamente gli compare dinanzi Oronte, che le confida di essere stato solo ferito e di essere fuggito dal suo esercito per ritrovarla: i due quindi decidono di fuggire insieme (duetto, il primo dei due innamorati, “Teco io fuggoO belle, a questa misera“). Arvino maledice la figlia, che l’eremita ha visto fuggire con il suo amante (“Sì!… del Ciel che non punisce“), e già che s’è, giura vendetta anche contro Pagano, che alcuni Lombardi dicono di aver visto nel campo crociato. Giselda conduce Oronte ferito in una grotta: per devota che è sempre stata, si rivolge al suo Dio, questa volta però con parole dure, visti i giorni funesti che le ha serbato, arrivando ad essere addirittura empia (“Tu crudel…”). Giunge l’eremita, che calma Giselda e consiglia ad Oronte di convertirsi alla fede cristiana. Pronto al battesimo, Oronte muore chiamando a sé l’amata Giselda, mentre l’eremita lo benedice.

Atto IV – Il Santo Sepolcro

L’ultimo atto si apre nella caverna dell’eremita, che mostra ad Arvino la figlia assetata e febbricitante. Giselda dorme, ed in sogno le appare Oronte che le affida il compito di informare i cristiani che le acque del Siloe metteranno fine alla siccità che li ha colpiti (“In ciel benedetto…“). Giselda si sveglia di soprassalto, chiedendosi se la sua visione fosse realtà.

Qual prodigio!… Oh in nera stanza
or si muta il paradiso?…
Sogno ei fu?… ma d’improvviso
qual virtude in cor mi sta?

Non fu sogno!… in fondo all’alma
suona ancora l’amata voce,
de’ beati ancor la palma
in sua man vegg’io brillar.
O guerrieri della croce,
su correte ai santi allori!
Scorre il fiume già gli umori
l’egre membra a ravvivar.

Nelle tende lombarde, i Lombardi assetati intonano una preghiera al Signore, che li ha chiamati dalla terra natia con la promessa di liberare Gerusalemme dal dominio dei musulmani (il celebre coro “O Signore, dal tetto natio“). Giselda annuncia che “il cielo ha le preghiere degli afflitti accolto” e che sono state trovate le acque del Siloe: i Lombardi esultano alzando un grido di guerra. Arvino e Giselda conducono l’eremita nella tenda di Arvino; ferito e in punto di morte, rivela ad Arvino di essere suo fratello Pagano, implorando il suo perdono per il parricidio. Arvino lo perdona e tutti intonano una lode al Dio di vittoria che ha restituito Gerusalemme ai crociati (“Te lodiamo, gran Dio di vittoria“).

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