Scarlini, “Lustrini per il regno dei cieli”

“Lustrini per il regno dei cieli” racconta da un’angolazione inedita una vicenda notissima, eppure sempre avvolta da mistero, della storia d’Occidente e soprattutto d’Italia. I castrati, o evirati cantori o soprani eunuchi, sono spesso stati raccontati, infatti, in chiave parodica o caricaturale; oppure, il che ha lo stesso impatto, come simboli, fantasmi di un’epoca oscura. Dalle cappelle vaticane, dove incarnarono la cifra della Controriforma, sciamarono insieme al melodramma per tutta Europa; alcuni di essi furono celebri, celeberrimi, come il proverbiale Farinelli; ma la maggior parte ebbe invece destino d’ombra e disgrazia. Cinque storie, note e ignote, permettono di ricostruire alcuni aspetti di questa vicenda, carica di gloria ma soprattutto d’onta, che vide il suo epilogo nel Belpaese nel 1922, quando l’ultimo evirato, Alessandro Moreschi, morì lasciando dietro di sé il nome di “angelo di Roma” e l’unica registrazione che una simile voce abbia mai realizzato.

[Quarta di copertina]

Figura quanto mai ambigua, il castrato era oggetto delle più accese euforie  popolari come delle più crudeli satire: uomini che in tenera età venivano prescelti per la carriera musicale, sacrificando la loro virilità per lo strumento vocale attraverso un’operazione (l’orchiotomia) che, affidandone l’esecuizione a barbieri se non addiritturra ai norcini (macellai), metteva a rischio la vita stessa del fanciullo. Il tutto in nome dell’intrattenimento e delle prospettive di guadagno. Non tutti i castrati hanno però raggiunto imperitura fama: se si salvavano dall’operazione, potevano comunque rivelarsi cantanti mediocri, divenendo vittime della più bieca satira, restituendo all’immaginario collettivo il ritratto impietoso di uno “scherzo della natura”: le braccia lunghe, le mani grandi, il seno pronunciato e le pose sempre più delicate e femminili. In tale prospettiva, è facile capire  perché ci siano pervenute più caricature che ritratti.
Coloro che raggiunsero la gloria erano invece oggetto degli entusiasmi più deliranti, tanto che alla felice riuscita di un passaggio d’agilitià del castrato, il pubblico esultava gridando “viva il coltello”. Da qua anche i tipici atteggiamenti da primadonna dei castrati, abituati ai vezzi più inauditi, oggetto del desiderio delle donne (rassicurate da quell’impotentia generandi che favoriva le loro attitudini libertine), nonostante c’è chi avanza l’ipotesi che la castrazione potesse favorire inclinazioni omosessuali.

Le genesi di ciascun castrato è comunque a sé: Felice Cancellieri smentisce il movente di lucro, essendo di ricca famiglia ma confermerebbe l’ipotesi di un’intenzione vocazionale nel votare la propria vita (e soprattutto la primogenitura) al repertorio sacro. Le ragioni di censo sono invece manifeste nel caso dei Melani: Melani senior, infatti, padre di sette figli maschi, dopo essersi fatto rimpiazzare da uno nel lavoro di campanaro e averne avviato due alla carriera di compositori, castrò i rimanenti.
La letteratura è quanto mai laconica nel ritrarre la figura dei castrati: è unico il caso di Filippo Balatri, che ha affidato all’inchiostro le sue memorie di evirato cantore. Altre figure leggendarie, invece, sono farcite anche di quell’aneddotica che finisce per trasfigurarne l’immagine stessa: ricostruire la storia e la figura di Carlo Broschi, entrato nella storia col nome di Farinelli, è quanto meno arduo. L’unica cosa certa è l’indiscusso fascino che la sua figura esercitava, giunto fino ai giorni nostri, dedicandogli pellicole su pellicole, sebbene romanzate e fuorvianti.
Il caso di Giovanni Battista Velluti è in un certo senso curioso: l’orchiotomia fu un errore fatale, (ironicamente nel suo caso la tipica scusa che si adduceva per coprire le reali intenzioni dell’operazione era vera). Carpiccioso e inaffidabile, Velluti passa alla storia per aver intepretato l’Aureliano in Palmira di Rossini, prima che l’attitudine alle variazioni acrobatiche (che faceva la fortuna dei castrati) non andò sui nervi al compositore pesarese, già poco tollerante verso tutte le variazioni  che non fossero sue. Se però Meyerbeer lo volle nel suo Crociato in Egitto, già Bellini lo respinse per le sue opere: era  stata già inaugurata la stagione del tenore, protagonista assoluto degli entusiasmi teatrali.
Il testimone passa all’ultimo “esemplare” di una specie ormai in estinzione, essendo l’orchiotomia severamente vietata dalla legge e rifiutata dal teatro che non apprezzava più una simile vocalità: Alessandro Moreschi sopravvive all’emarginazione dei soprani eunichi rifugiandosi nel repertorio sacro. Assiduo frequentatore dei salotti romani, si dilettava anche ad intonare il corrente repertorio operistico, ma di simili esecuzioni ci giungono opinioni alterne: se da un lato era famoso nelle pagine più belle della Favorita, un testimone diretto riporta con toni critici la sua esecuzione dell’aria dei gioielli del Faust. Indiscutilmente, è preziosa la testimonianza su vinile che Moreschi lascia alla storia, unica registrazione esistente di un evirato cantore: da questi tesori si può tentare di dedurre quella che doveva essere la vocalità superlativa di grandi nomi quali Farinelli, Caffarelli ed altre leggende. A sentire la voce dell’ultimo castrato vivente, personalmente, mi rimane ancora più difficile riuscire ad immaginare quella che doveva essere l’acrobatica agilità di gareggiare con la tromba, di primeggiare su tutte le altre voci, ma ça va sans dire non potremo mai saperlo, allo stesso modo in cui celebriamo l’arte somma di una Pasta o di una Malibran di cui non possiamo nemmeno lontanamente indovinare la vocalità leggendaria.

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