La Dama di Picche: un’opera russa con sopratitoli in ungherese.

Ad inizi febbraio mi viene prospettato un viaggio a Budapest di lì a pochi giorni: trovato il volo aereo d’occasione, decido di partire. Sarei stato nella capitale ungherese quattro giorni: come potevo non destinare una serata all’opera lirica? Faccio una rapida ricerca su http://www.operabase.com (strumento indispensabile al melomane) e scopro che in quelle date alla Magyar Operahaz danno La dama di Picche di Tchaikovsky e I mastricantori di Norimberga. La scelta è caduta sulla prima per via d’esclusione: sebbene non conoscessi nessuna delle due, per Wagner, di cui ammetto con pudore di essere ancora del tutto vergine, non ero ancora pronto.
Nella settimana che mancava alla partenza mi dedico allo studio dell’opera: sui miei scaffali trovo il DVD con la Guleghina e il CD con Mirella (Mirella Freni, una delle glorie imperiture della lirica italiana, ndr). Per uno che col proprio programma di studio è ancora al primo ‘800 italiano, fare un salto storico e geografico del genere è incauto: i primi ascolti mi hanno infatti trovato impreparato, con un orecchio quasi incapace di cogliere una linea melodica, ma per quando arrivai a Budapest ero già innamorato della sprovveduta Liza e delle stupende pagine che affollano la partitura.
Seduto nel bel palco di secondo ordine (lusso che nei teatri italiani non mi potrei permettere), vedo alzarsi il sipario su una scenografia di impianto tradizionale: avendo visto solo questo allestimento alla Magyar Operahaz non mi dovrei pronunciare, ma dando un occhio ai video che si trovano su internet degli altri titoli di stagione credo che il pubblico ungherese sia ancora affezionato agli allestimenti “vecchia scuola”. Non troppo incisiva all’impatto visivo (la scena del ballo, ad esempio, era molto lontana dall’evocare i fasti della zarina Caterina) e con qualche prospettiva improbabile, direi che non è stata memorabile ma nemmeno fastidiosa. Il vero puctum dolens della serata è stato Hermann, il tenore: la totale assenza di presenza scenica era molto più dolorosa dell’acuto craccata nella scena del temporale (ma quella pagina sarebbe massacrante per qualsiasi tenore, quindi è peccato veniale). Per il resto della compagine musicale (altri membri del cast, direttore, ecc…) mi produrrò in un lapidario “bene/nella norma”. Il grande merito di questa esperienza va a Tchaikovsky, grazie al quale un’opera la cui durata metterebbe a rischio l’attenzione dell’ascoltatore scorre velocemente, pagina dopo pagina (ad eccezione della scena della Contessa…), e di cui mi riprometto di studiare l’Eugene Onegin (di cui conosco solo la scena della lettera di Tatiana) appena possibile.
L’opera russa: una piacevole sorpresa!

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